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14 Marzo 2017

Dalla Siria alla Spagna cercando un futuro

Ha lasciato la Siria nel 2012, durante la Primavera araba, e ha trovato una nuova casa in Spagna. Ma la vita da ricercatrice rifugiata non è semplice, racconta la meteorologa Shifa Mathbout.

Shifa Mathbout, meteorologa siriana già docente all'Arab forest and range institute e al Centro arabo per lo studio delle zone aride, è una scienziata che ha trovato rifugio in Spagna. Oggi è membro a tutti gli effetti del Gruppo di climatologia dell'Università di Barcellona, dove studia i cambiamenti climatici. È ben inserita nella società spagnola, parla bene la lingua del suo nuovo paese e continua a studiare il clima con entusiasmo e competenza.

A Trieste, Mathbout ha partecipato al Workshop - Scienziati rifugiati: una risorsa transnazionale - organizzato dalla TWAS in collaborazione con l'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (OGS), la Euro-Mediterranean University (EMUNI) della Slovenia, e il contributo della Sida, agenzia svedese per la cooperazione internazionale.

Shifa ha raccontato la sua esperienza di scienziata costretta a reinventarsi la vita in un paese che, oltre ad accoglierla, le chiude tuttavia le porte della carriera scientifica per colpa del suo essere siriana, dunque potenzialmente "indesiderata".

Shifa, qual è oggi il tuo status politico?

Sono nel programma di protezione internazionale perché fuggita da un paese in guerra, cercando la pace, come ogni essere umano farebbe. Ho ottenuto asilo politico in Spagna nel 2016 e ho il permesso di residenza per cinque anni.

Qual era il tuo stato d'animo mentre lasciavi la Siria?

Fuggivo da un incubo. Ma non immaginavo che avrei subito discriminazioni o che avrei dovuto superare così tanti ostacoli, di viaggio e lavoro, solo per il fatto di essere siriana.

Che cosa, in particolare, ti ha indotto ad andartene?

La guerra civile in Siria ha avuto inizio nel 2011, e io ho lasciato il paese un anno dopo, per riuscire a completare il mio dottorato. La situazione sociale, economica e politica ha iniziato ad essere critica, ed è questo che mi ha spinto a partire. Non temevo solo per la mia vita, ma sentivo anche che stavo sprecando il mio tempo. Così ho fatto domanda per un dottorato finanziato da Erasmus Mundus, all'Università di Barcellona. Ed eccomi qui: lavoro ai cambiamenti climatici e studio 350 "hot spot" nel bacino del Mediterraneo.

Che accoglienza hai trovato in Spagna?

Ottima. Sono stata ricevuta come prima dottoranda siriana: mi ha accolto il rettore dell'Università di Barcellona in persona. Lui mi ha aiutato, e ha messo a mia disposizione le risorse amministrative universitarie per farmi ottenere lo status di rifugiata. Adesso, però, trovo molte porte chiuse per il fatto di essere siriana, nonostante le qualifiche e la mia esperienza come meteorologa.

Com'è la tua carriera scientifica in Spagna?

Sto terminando il secondo dottorato e sono membro di un progetto finanziato dal Ministero dell'economia spagnolo. Svolgo attività di ricerca, ma lo potrò fare ancora per pochi mesi, dopo dovrò cercare un nuovo lavoro altrove. Al momento sto trovando tutte le porte chiuse solo per il fatto di essere siriana. È molto doloroso e triste.

Dai tuoi studi emerge una correlazione fra cambiamenti climatici e migrazioni?

Certamente. Gli stress ambientali come prolungati periodi di siccità, aggravati dalle temperature in aumento, sono stati fra le concause della recente crisi siriana. Si tratta di situazioni che hanno aggravato la povertà, spingendo le persone a spostarsi verso le aree urbane, con un conseguente aumento di tensione. Se a ciò aggiungiamo la disoccupazione e le questioni politiche abbiamo un quadro più chiaro della situazione. Secondo stime delle Nazioni Unite, 22 milioni di persone sono state colpite da questa situazione e sei milioni hanno abbandonato le proprie case.

Cosa vedi nel tuo futuro?

Vedo un futuro cupo per la Siria. Per me stessa sono ottimista: confido che la comunità scientifica dia la precedenza alle competenze di uno scienziato, e non alla sua nazionalità, anche in considerazione del fatto che abbiamo perso tutto e stiamo pagando un prezzo altissimo. Ma il fatto di essere siriana crea molti disagi. Quando viaggio, in genere per studio e lavoro, negli aeroporti sono costretta a subire interrogatori lunghi e dettagliati, per spiegare le ragioni del mio viaggio. Spesso faccio fatica a ottenere il visto.

 

Cristina Serra

 

 

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