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4 Aprile 2017

Scienziati rifugiati: dal concetto di emergenza a quello di tempi che cambiano

Prodotto a Trieste, durante l'evento "Scienziati rifugiati", un documento che fornisce a governi e decisori politici indicazioni e suggerimenti per una migliore gestione dei ricercatori in fuga da paesi in guerra. Il messaggio chiave: uomini e donne di scienza vanno considerati una risorsa, e non un problema, per i paesi ospitanti.

Serve un cambio di paradigma, un salto del pensiero: da problema a opportunità. Per i paesi ospitanti, gli scienziati rifugiati (ma non solo loro) devono essere considerati una risorsa e un valore, non un problema da tamponare con mezzi di fortuna e senza strategie. Questo il messaggio forte emerso nell'ultima giornata del workshop Scienziati rifugiati: una risorsa transnazionale (13-17 marzo), che chiude i lavori dopo una settimana di dibattiti e confronti. Il prodotto finale del workshop è un documento intitolato Raccomandazioni che sarà diffuso a governi, politici, organismi internazionali e accademie scientifiche, ma anche alla comunità internazionale di scienziati.

Il workshop è stato organizzato a Trieste dalla TWAS, Accademia mondiale delle scienze in collaborazione con l'Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale (OGS), la Euro-Mediterranean University (EMUNI) di Pirano, e con il supporto della Sida, l'Agenzia svedese di cooperazione internazionale allo sviluppo. Fa parte del programma Scienza e diplomazia che la TWAS ha avviato dal 2012, con l'obiettivo di offrire a scienziati provenienti da paesi in via di sviluppo strumenti concreti per affrontare temi delicati, spesso all'interfaccia fra scienza e politica.

Durante le cinque giornate di lavoro, le storie personali - drammatiche e toccanti - di scienziati si sono intrecciate con le osservazioni di esperti internazionali sui fenomeni migratori. Oggi come ha sottolineato Peter McsGrath, coordinatore del settore Scienza e Diplomazia alla TWAS, "... durante la composizione delle Raccomandazioni, sono emersi elementi concreti e operativi che, se recepiti da governi e decisori politici, università, organismi internazionali e paesi che stanno uscando dalla crisi, ma anche dal mondo scientifico, potrebbero davvero cambiare l'approccio alla questione degli scienziati in fuga".

Accanto alla considerazione che le guerre - e dunque i flussi migratori a esse collegati - non potranno durare per sempre (almeno si spera), Daryl Copeland, analista dell'Istituto canadese di difesa e affari esteri di Ottawa ha insistito sulla necessità di superare l'idea che l'attuale situazione rappresenti uno stato di emergenza invitando a considerare i flussi migratori, almeno entro certi limiti, come un nuovo fenomeno del presente. Ma ha anche auspicato che si proceda quanto prima a determinare la condizione psico-fisica di queste persone, perché: "... tra i rifugiati è piuttosto comune soffrire di disturbo post-traumatico da stress (PTSD), e servirebbe un censimento anche in questo senso".

Il fisico Ahmed Al-Tabbakh, della Al-Nahrain University di Baghdad, in Iraq, ha commentato: "Questa iniziativa mostra come stia nascendo una coscienza consapevole e responsabile su problema degli scienziati rifugiati. I documenti prodotti alla fine dell'evento sono un grosso successo e avranno un enorme impatto sulle comunità cui sono diretti, sia nei paesi osppitanti che in quelli da cui gli scienziati fuggono".

Rivolgendosi ai governi, il documento sottolinea l'importanza di creare database aggiornati, da cui emergano le competenze individuali, per consentire una migliore circolazione degli scienziati fra istituti di ricerca e università. E suggerisce di produrre materiale informativo da mettere a disposizione dei rifugiati, una sorta di manuale con l'ABC dell'integrazione guidata, per ridurre al minimo i disagi e appianare quanto più possibile gli ostacoli nella nuova vita dei rifugiati.

Uno dei primi punti delle Raccomandazioni riguarda la necessità di censire i rifugiati non solo anagraficamente, ma di determinare il grado di istruzione - laurea, scolarità inferiore, ambito di esperienze professionali e conoscenza della lingua locale - sì da intervenire in modo mirato aiutando a imparare la lingua del paese ospitante: elemento determinante per favorire una migliore integrazione.

Già nei giorni precedenti, Gianfranco Schiavone dell'ICS - Ufficio rifugiati onlus di Trieste aveva sottolineato la necessità di rendere disponibili corsi di lingua e di riqualificazione professionale che consentano ai rifugiati di accedere con maggiori competenze a situazioni sociali. "A Trieste - ha detto Schiavone - vivono circa 1000 rifugiati, ma i corsi sono sufficienti solo per 400 di essi".

Sul fronte della ricerca, è anche emersa la necessità condivisa di dar vita a una nuova disciplina scientifica che si occupi in modo specifico degli scienziati rifugiati e dei loro problemi, organizzando congressi internazionali e occasioni di dibattito pubblico su questo tema complesso e sfaccettato.

Nel documento è stato inserito anche il supporto dei privati, già auspicato nei giorni precedenti dal Magnifico rettore dell'Università di Trieste, Maurizio Fermeglia, come elemento importante per l'integrazione dei fuggitivi.

Parlando della situazione locale, l'antropologa dell'Università di Trieste Roberta Altin, del neo-costituito Centro interdipartimentale migrazioni e cooperazione allo sviluppo sostenibile ha auspicato che si arrivino a creare nuove opportunità di ricerca e formazione che colleghino il modello di integrazione presente a Trieste, dove esiste una lunga storia di migrazioni e profugi, con la rete di istituzioni scientifiche internazionali del territorio, " ... arrivando a progetti che agevolino l'accesso degli scienziati rifugiati anche all'Università di Trieste.

 

Cristina Serra

 

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