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15 Giugno 2018

Primo piano su scienziati migranti a èStoria, Gorizia.

Gli scienziati migranti sono una ricchezza per i paesi che li ospitano e una perdita per i paesi da cui fuggono. Censirne le competenze e capirne i bisogni è il primo passo per favorire l'integrazione e dar loro la speranza di un futuro migliore, una volta rientrati in patria.

Guerre e diseguaglianze economiche stanno spingendo i migliori scienziati dei paesi in via di sviluppo lontano dalle loro case, a un costo economico notevole per i paesi di origine, ma con potenziali benefici per i paesi che li ospitano. Così ha esordito Mohamed Hassan, per 26 anni direttore esecutivo della TWAS e oggi presidente dell'Accademia Nazionale Sudanese delle Scienze, al Festival internazionale èStoria, a Gorizia.

"I paesi in via di sviluppo continuano a perdere i loro migliori studenti e giovani scienziati" ha detto Hassan rivolgendosi alle quasi 300 persone del pubblico di èStoria. "L'Africa è il continente che più risente di questo trend: c'è un maggior numero di medici qualificati di origine etiope a Chicago che nella stessa Etiopia. Se questa tendenza dovesse continuare, in che modo questi paesi potranno crescere e svilupparsi?"

Queste considerazioni rendono la diplomazia scientifica uno strumento importante, ha detto Hassan, che potrebbe aiutare i paesi del Sud e del Nord a sviluppare politiche costruttive e programmi efficaci in grado di venire incontro alle esigenze di scienziati, ingegneri, medici e studenti in fuga dalle guerre. Questo tipo di diplomazia scientifica potrebbe aiutare le nazioni a collaborare su questioni scientifiche anche quando le loro relazioni politiche sono tese o interrotte.

Hassan, matematico sudanese, era fra gli ospiti d'onore al Festival èStoria, evento internazionale che si è svolto dal 17 al 20 maggio a Gorizia. Giunto alla sua 14ma edizione, èStoria ha proposto quest'anno circa 220 conferenze con oltre 400 relatori, attraendo circa 60 mila persone.

Hassan è stato il  primo direttore esecutivo della TWAS, che ha giuidato per oltre 26 anni. Attualmente è anche presidente del Consiglio Direttivo della Banca Tecnologica delle Nazioni Unite per i Paesi meno sviluppati.

Nella sua presentazione, Hassan ha citato le statistiche stilate dal Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite: nel 2016, ha detto, ci sono stati complessivamente 65 milioni di rifugiati. Ogni minuto, 20 persone al mondo acquisiscono lo status di migranti. E fra loro ci sono scienziati e ricercatori che abbandonano le loro case per un futuro di incertezze e difficoltà.

Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA), oggi il numero delle persone che vivono fuori dal paese natio è maggiore che in ogni altra epoca. Se tutti questi migranti vivessero nella stessa area geografica, costituirebbero la quinta nazione più popolosa al mondo.

"I fenomeni migratori sono sempre esistiti", ha spiegato Hassan, "ma oggi le migrazioni scientifiche sono principalmente involontarie, causate da diseguaglianze globali nella capacità tecnico-scientifica in tutto il mondo, oltre che da guerre e insicurezza".

Secondo Hassan, le migrazioni scientifiche internazionali sono causate da un mix di due fenomeni: brain drain e brain gain (fuga di cervelli e acquisizione di cervelli).

"Qualità dell'istruzione, condizioni di lavoro, scarse prospettive di impego e isolamento scientifico - per non parlare di guerre e instabilità politica - sono fattori che spingono gli scienziati ad abbandonare il loro paese". In parallelo, però, esistono fattori che attraggono alcuni scienziati all'estero: università di punta, condizioni di lavoro migliori e infrastrutture di ricerca più solide.

La TWAS si sta interessando da tempo a comprendere le condizioni di vita e i bisogni degli scienziati rifugiati. A questo riguardo, Hassan ha citato un workshop internazionale organizzato dall'Accademia sugli scienziati rifugiati, nell'ambito del programma Scienza e Diplomazia che la TWAS ha attivato nel 2012. Il workshop ha visto la partecipazione di decisori politici, scienziati, diplomatici, esperti di migrazioni e figure che ruotano in questi ambiti, creando nuove occasioni di collaborazione e confronto.

"Dobbiamo identificare gli scienziati rifugiati e creare un archivio che contenga i loro nomi e il settore scientifico in cui essi operano, ma anche le loro potenzialità e i bisogni professionali", ha raccomandato Hassan. "In particolare, dovremmo armonizzare le politiche di supporto all'istruzione, alle offerte di training e le opportunità di lavoro", per quegli scienziati che arrivano in un nuovo paese con la speranza di riprendere le proprie ricerche e gli studi.

Al termine dell'intervento di Hassan, il pubblico ha potuto vedere un estratto del docufilm "Scienziati in esilio", realizzato dalla regista italiana Nicole Leghissa e prodotto dalla TWAS, con il supporto dell'Agenzia svedese per la cooperazione internazionale allo sviluppo (Sida) e del Fondo Audiovisivo Friuli Venezia Giulia. "Scienziati in esilio" racconta la storia di quattro scienziati fuggiti da Siria, Yemen e Iraq, costretti ad abbandonare i rispettivi paesi per cercare altrove un luogo migliore dove vivere e lavorare.

L'incontro è stato moderato da Cristina Serra del Public Information Office della TWAS, e tradotto dall'inglese da Peter Szabo.

 

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